1- LA MISSIONE DEI DODICI DISCEPOLI

 

Matteo 9:35 -38 E Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando l’evangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità fra il popolo.  Vedendo le folle, ne ebbe compassione perché erano stanche e disperse, come pecore senza pastore. Allora egli disse ai suoi discepoli: «La mèsse è veramente grande, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Signore della mèsse che spinga degli operai nella sua mèsse».

Matteo 10:1-7 Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro autorità sopra gli spiriti immondi per scacciarli, e per guarire qualunque malattia e qualunque infermità. Ora i nomi dei dodici apostoli sono questi: il primo Simone, detto Pietro e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo di Alfeo e Lebbeo, soprannominato Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì. Questi sono i dodici che Gesù inviò dopo aver dato loro questi ordini: «Non andate tra i gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani, ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Andate e predicate, dicendo: “Il regno dei cieli è vicino”. Guarite gli infermi, mondate i lebbrosi, risuscitate i morti, scacciate i demoni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

 

Contemplando le folle d’Israele, Gesù ne ebbe compassione e le definì pecore senza pastore. Il Signore vide le folle tormentate da spiriti immondi, ammalate e smarrite, e il suo desiderio era offrire loro benessere spirituale, guarigione e salvezza ai perduti! C’era una gran mèsse spirituale da raccogliere, ma pochi erano gli operai. Il problema esiste tuttora; c’è sempre più bisogno di manodopera. Nell’ultimo versetto del cap. 9, il Signore esortava i suoi discepoli a pregare perché vi fossero più operai per la mèsse. Il Signore Gesù invitò i discepoli a chiedere al Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse. Qui vediamo il Signore che chiama i suoi dodici discepoli. Li aveva scelti già prima, ma adesso li chiama a una particolare missione di evangelizzazione in mezzo al popolo d’Israele. Insieme alla chiamata, essi ricevettero il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualsiasi infermità.

 I dodici apostoli erano:

  1. Simone detto Pietro. Uomo impulsivo, generoso e devoto.

  2. Andrea suo fratello. Fu presentato a Gesù da Giovanni il battista (Giovanni 1:36, 40); a sua volta portò al Signore suo fratello Pietro. Da allora in avanti si impegnò a portare altri a Gesù;

  3. Giacomo di Zebedeo, che più tardi fu assassinato da Erode (Atti 12:2), il primo dei dodici a morire come martire;

  4. Giovanni suo fratello. Anch’egli figlio di Zebedeo, era “il discepolo che Gesù amava”. Dobbiamo a lui il quarto Vangelo, tre lettere e il libro dell’Apocalisse;

  5. Filippo. Da non confondersi con l’evangelista Filippo menzionato nel libro degli Atti. Originario della città di Betsaida, condusse Natanaele a Gesù;

  6. Bartolomeo. Si tratta presumibilmente di Natanaele, l’Israelita in cui Gesù non trovò frode (Giovanni1:47);

  7. Tommaso, detto anche Didimo, che significa “gemello”. È comunemente conosciuto come “Tommaso, l’incredulo”, ma i suoi dubbi si dissolsero in una meravigliosa confessione di fede in Cristo (Giovanni 20:28);

  8. Matteo. L’ex pubblicano che scrisse un Vangelo;

  9. Giacomo d’Alfeo. Di costui si sa pochissimo;

  10. Lebbeo, soprannominato Taddeo. Altresì conosciuto come Giuda, figlio di Giacomo (Luca 6:16). Le uniche sue parole riportate nella Bibbia si trovano in Giovanni 14:22;

  11. Simone il Cananeo, cui Luca attribuisce l’appellativo di “Zelota”.

  12. Giuda l’Iscariota, colui che tradì il Signore.

I discepoli, in quel periodo, erano presumibilmente poco più che ventenni. Di diversa estrazione sociale e, verosimilmente, essi devono la loro vera grandezza al fatto di aver abbracciato l’insegnamento di Gesù. Nella restante sezione del capitolo 10, troviamo le istruzioni di Gesù per uno speciale viaggio di predicazione alla casa d’Israele. Non dobbiamo confondere questo viaggio con la missione dei settanta (Luca 10:1) o con il grande mandato (Matteo 28:19).  L’incarico descritto qui era temporaneo e aveva lo scopo specifico di annunciare che il regno dei cieli era vicino. In primo luogo, Gesù definì l’itinerario. Non dovevano andare tra i pagani né dai Samaritani, un popolo che i Giudei disprezzavano. In quel momento, il loro ministero sarebbe stato circoscritto alle pecore perdute della casa d’Israele. Il messaggio era la proclamazione che il regno dei cieli era vicino ed era in mezzo a loro. Se Israele lo avesse respinto, nessuna scusa sarebbe stata accettata, giacché tale annuncio ufficiale era destinato esclusivamente a loro. Il regno era in mezzo a loro nella persona del Re e Israele doveva decidere se accettarlo o respingerlo. I discepoli ricevettero la facoltà di guarire gli ammalati, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi e scacciare i demòni. I rappresentanti del Signore non dovevano chiedere nulla in cambio per i loro servizi; poiché avevano ricevuto le benedizioni gratuitamente e altrettanto gratuitamente dovevano darle. Non dovevano fare scorte per il viaggio. Dopo tutto, erano Israeliti che predicavano al loro popolo e il principio che l’operaio è degno del suo nutrimento era comunemente accettato dai Giudei.  L’idea espressa qui è che Dio avrebbe provveduto alle loro necessità di giorno in giorno.  In che modo avrebbero dovuto procurarsi un alloggio? Una volta entrati in una città, dovevano informarsi se c’era qualcuno degno di ospitarli, qualcuno che li avrebbe ricevuti come discepoli del Signore e che avrebbe accettato il loro messaggio. Dopo essersi presentati al loro ospite, essi si sarebbero trattenuti presso di lui fintantoché fossero rimasti in città. Se, invece, la casa avesse rifiutato di ospitare i messaggeri del Signore, significava rifiutare Cristo stesso.

Gesù annunciò che un tale rifiuto, nel giorno del giudizio, provocherà una punizione più severa di quella subita dalle perverse città di Sodoma e di Gomorra. Gesù spiegò ai discepoli come comportarsi di fronte alla persecuzione. Essi sarebbero stati come pecore in mezzo ai lupi, circondati da uomini malvagi, disposti a distruggerli. I discepoli avrebbero dovuto, pertanto, essere prudenti come i serpenti, evitando di arrecare inutili offese o di essere coinvolti in situazioni compromettenti. Dovevano essere semplici come le colombe, protetti dall’armatura di un carattere giusto e di una fede sincera. I discepoli si sarebbero dovuti guardare dai Giudei increduli, i quali li avrebbero condotti a forza davanti ai tribunali e li avrebbero flagellati nelle loro sinagoghe. I discepoli sarebbero stati trascinati davanti a governatori e re per amore di Cristo. Ma la causa di Dio avrebbe trionfato sul male degli uomini. “Il cuore dell’uomo medita la sua via, ma il Signore dirige i suoi passi” (Proverbi 16:9). Nell’ora dell’apparente sconfitta, i discepoli avrebbero avuto il privilegio incomparabile di poter testimoniare davanti ai governatori e ai pagani. Dio avrebbe fatto in modo che tutte le cose cooperassero al loro bene. I cristiani avrebbero dovuto soffrire molto per mano delle autorità civili, ma non dovevano preoccuparsi di cosa dire al processo. Al momento opportuno, lo Spirito di Dio avrebbe dato loro la saggezza necessaria per rispondere in modo da glorificare Cristo e confondere e prevenire gli accusatori. Gesù avvertì i suoi discepoli che avrebbero dovuto affrontare perfidie e tradimenti. Il fratello avrebbe accusato il fratello. Il padre avrebbe tradito il figlio.  I discepoli sarebbero stati odiati da tutti, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. La spiegazione più semplice di queste parole di Gesù è che la perseveranza è il marchio di autenticità di ogni vero credente. Coloro che, in tempo di persecuzione, resisteranno fino alla fine, dimostreranno con la loro perseveranza di essere dei veri credenti. Essere discepoli significa seguire il Maestro, non essere superiori a Lui. I discepoli non dovevano temere l’ira crudele degli uomini. Il peggio che gli uomini possano fare è uccidere il corpo. Ma la morte fisica non è la tragedia più grande, per un credente. I discepoli non dovevano temere gli uomini, ma dovevano confessare reverenziale timore nei confronti di colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna. Questa è la perdita più grande: la separazione eterna da Dio, da Cristo e da qualsiasi speranza. La morte spirituale è una perdita che non si può misurare e un destino che va evitato a ogni costo.  In mezzo alle prove più dure, i discepoli potevano confidare nella protezione di Dio. Il Signore Gesù lo spiega parlando dei passeri, che si trovano ovunque. Due di questi insignificanti uccelletti si vendono per un soldo. Eppure non ne muore uno solo… senza il volere del Padre, vale a dire a sua insaputa, o in sua assenza. Lo stesso Dio che si interessa personalmente a un passerotto tiene il conto dei capelli del capo di ognuno dei suoi figli. Ciò dimostra che il popolo di Dio, ai suoi occhi, vale più di molti passeri. Dunque, perché temere?

Dopo tutte queste considerazioni, non è dunque più che ragionevole che i discepoli riconoscano Cristo senza timore davanti agli uomini? Qualsiasi vergogna o critica debbano sopportare, sarà ricompensata abbondantemente in cielo, quando il Signore Gesù li riconoscerà davanti al Padre suo. Accettare Cristo significa impegnarsi per lui e servirlo come proprio Signore e Salvatore, riconoscendolo come tale nella propria vita. Per la maggior parte dei dodici apostoli, tale confessione del Signore comportò il martirio. Chi rinnega Cristo sulla terra sarà ripagato con il rinnegamento davanti a Dio nei cieli. Rinnegare Cristo significa rifiutare di riconoscere i suoi diritti sulla nostra vita. Coloro che, con la propria vita, affermano: “Non ti ho mai conosciuto”, un giorno si sentiranno dire da Gesù: “Non ti ho mai conosciuto”. Il Signore non allude a un rinnegamento temporaneo, estorto sotto pressione (come quello di Pietro), ma a un rinnegamento persistente e definitivo. Nessun favore reso a un discepolo di Gesù passerà inosservato. Perfino un solo bicchiere d’acqua fresca sarà grandemente ricompensato, se sarà dato a un discepolo perché è un seguace di Gesù. Terminato di impartire le sue istruzioni speciali ai dodici, Gesù li investì di dignità regale. Certo, essi sarebbero stati osteggiati, rifiutati, arrestati, provati, imprigionati e forse anche uccisi. Ma non avrebbero mai dovuto dimenticare di essere i portavoce del Re: essi avevano il glorioso privilegio di parlare e agire per suo conto.

2 - IMPLICAZIONI PRATICHE

 

Gesù spiega che, quando qualcuno diventerà un Suo seguace, i famigliari e gli amici gli si opporranno. Il figlio incredulo si opporrà al padre convertito, la figlia non salvata alla madre credente, la nuora non rigenerata odierà la suocera nata di nuovo, e persino gli amici più cari si rivolteranno contro. Spesso è necessario scegliere fra Cristo e la famiglia o gli amici. Nessun legame naturale deve distogliere il discepolo dalla sua fedeltà verso il Signore. Il Salvatore deve venire prima del padre, della madre, del figlio o della figlia e degli amici. I costi del discepolato sono i conflitti, la discordia e l’allontanamento dalla propria famiglia. L’ostilità da parte dei familiari è spesso più feroce di quella che si affronta altrove. Ma c’è qualcosa che, ancor più della famiglia, può defraudare Cristo del suo posto legittimo: è l’amore per la propria vita. Perciò Gesù aggiunse: Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. La croce è, naturalmente, uno strumento di morte. Prendere la croce e seguire Cristo significa abbandonarsi a Lui al punto che neppure la morte del proprio io è considerata come un prezzo troppo alto da pagare. A tutti i discepoli è chiesto di sacrificare la propria vita per il Signore, la morte del proprio io sulla croce è fondamentale per la salvezza. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. La tentazione, infatti, consiste nell’essere attaccati alla vita, cercando di evitare i dolori e le perdite di una vita d’impegno totale. Ma lo spreco più grande che si possa fare è vivere per gratificare sé stessi. Il modo migliore di vivere la propria vita è donarla per il servizio di Cristo. Chi avrà perduto la sua vita sacrificandosi per lui, la troverà nella sua vera pienezza. Chi riceve un discepolo di Cristo significa ricevere Cristo stesso, e ricevere Lui equivale a ricevere il Padre che lo ha mandato, poiché l’inviato rappresenta colui che lo ha inviato.

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